Se domani pagassimo con moneta digitale? In vista l’introduzione di una CBDC, Central Bank Digital Currency

La moneta è una forma di credito-debito, dove chi ne detiene un’unità è creditore dell’istituzione che l’ha emessa. Si può distinguere tra moneta pubblica e privata: la prima è emessa dalla banca centrale e può essere fisica (come le banconote e le monete) o in forma di riserve bancarie (utilizzate per le operazioni interbancarie); mentre la moneta privata, semplificando, è l’insieme dei depositi presso le banche commerciali, a cui i privati affidano i propri risparmi.

Un esempio per comprendere il senso pratico di questa distinzione: quando un automobilista paga il pieno di benzina con il bancomat, trasferisce un credito verso la propria banca al benzinaio. In questo modo il benzinaio diventa il nuovo creditore dell’istituto bancario. Invece, quando si paga in contanti, il credito trasferito è nei confronti della banca centrale. Normalmente un euro di deposito bancario equivale a una moneta da un euro, il punto è capire che si tratta di due concetti diversi.

Questo meccanismo è il risultato di secoli di tentativi, fallimenti e mediazioni. Nell’Ottocento era comune che le banche private emettessero le proprie banconote cartacee, mentre l’istituzione di banche centrali con il monopolio dell’emissione di cartamoneta è relativamente recente: la Banca d’Italia è nata solo nel 1893 mentre la Federal Reserve americana nel 1913.

La tesi esposta da due giovani dottorandi di ricerca, Tammaro Terracciano e Luciano Somoza, è che a breve questo equilibrio potrebbe cambiare. L’epidemia di Covid-19, che a seguito del lockdown ha comportato un brusco aumento della domanda di contante, sta incentivando le banche centrali a realizzare valute digitali pubbliche, strumenti che combinano le caratteristiche della moneta classica con quelle delle criptovalute. L’introduzione di una CBDC, acronimo di Central Bank Digital Currency (tradotto: valuta digitale della banca centrale), non sarebbe un semplice aggiornamento tecnologico, ma un vero e proprio evento storico, che potrebbe avere profondi effetti economico-sociali.

A testimoniare l’interesse delle istituzioni per l’argomento, un sondaggio condotto all’inizio del 2019 tra 66 banche centrali mostrava che l’80% di esse stava già lavorando sulle CBDC. Tra queste era presente anche la BCE, che ha confermato di voler valutare i vantaggi che deriverebbero dall’emissione dell’euro digitale, il quale dovrebbe fungere da valuta pubblica utilizzabile sia dagli intermediari che direttamente dai consumatori per effettuare pagamenti via smartphone. La novità infatti riguarda proprio l’estensione dell’utilizzo della valuta digitale anche a imprese e consumatori, poiché già oggi gran parte del denaro emesso dalle banche centrali attraverso le operazioni di credito all’ingrosso è digitale.

Se molti Paesi stanno studiando le criticità di questo strumento, altri si sono già mossi concretamente. È il caso della Cina, che ha cominciato a progettare una valuta digitale per il mercato retail già dal 2014. In alcune città sono già state avviate delle sperimentazioni durante la scorsa primavera, ma l’obiettivo è effettuare un test nazionale entro i giochi olimpici invernali del 2022.

Il progetto europeo, annunciato circa un anno fa, sta iniziando la fase di sperimentazione. La Banque de France ha effettuato il 20 maggio scorso, in collaborazione con Sociéte Générale, una transazione sperimentale di euro digitale emettendo sulla blockchain pubblica obbligazioni garantite per un valore di 40 milioni di euro. Si tratta di uno dei più rilevanti esperimenti svolti finora nell’Eurozona.

Yves Mersch, vicepresidente del Consiglio di vigilanza della Banca Centrale Europea, ha spiegato che l’introduzione di questa innovazione, oltre a rendere più veloci i pagamenti, potrebbe agevolare la transizione dalla moneta fisica ai metodi di pagamenti digitali. Infatti, più del 70% delle transazioni in UE avviene ancora tramite contante, fenomeno che si scontra con le intenzioni dei governi europei che hanno intrapreso, o sembrano in procinto di intraprendere, una linea politica favorevole ad una maggiore tracciabilità e trasparenza dei pagamenti, per contrastare l’economia sommersa e l’evasione fiscale.

A dispetto di questi vantaggi, bisogna riportare che non mancano dubbi e perplessità in particolare riguardo la privacy. La progettazione di una CBDC potrebbe essere basata su token digitali che circolerebbero in modo decentralizzato e consentirebbero l’anonimato nei confronti della banca centrale, alla stregua dei contanti, rispettando gli standard di privacy e libertà finanziaria che l’Europa si impegna a garantire ai suoi cittadini. Ma l’elevata trasparenza e la possibilità di tracciare i pagamenti, che per un verso sono i punti di forza di questo sistema, espongono anche ad alcuni rischi.

Christian Miccoli, CEO di Conio, app italiana per la compravendita di Bitcoin, sostiene che “un euro digitale, se strutturato come lo yuan digitale, implicherebbe la possibilità da parte del governo nazionale di controllare i movimenti finanziari, con la possibilità di bloccare i fondi individuali a propria discrezione e programmare smart contract per obbligare o vietare determinate categorie di spesa”.

Anche la BCE si è posta questi interrogativi, dichiarando che l’introduzione della valuta digitale al dettaglio potrebbe avere risvolti molto seri sull’intero sistema finanziario, ed è per questo motivo che le banche centrali non hanno finora forzato l’introduzione dell’innovazione nonostante la tecnologia sia già disponibile.

Alberto Dal Molin
Alberto Dal Molin
Nato nel Bassanese il 4 luglio 1997 ha conseguito nel 2019 la laurea triennale in Economia e Commercio presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ora frequenta il corso di laurea magistrale in Amministrazione, Finanza e Controllo

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