Next Generation EU: quanto, come, quando. E a spese di chi?

Finalmente, dopo mesi di rinvii e giornate dense di trattative, possiamo smettere di elaborare ipotesi e cominciare ad analizzare concretamente il piano di aiuti europeo, noto come Next Generation EU, per affrontare la crisi generata dall’emergenza Covid-19. È vero che l’accordo deve ancora essere ratificato a livello nazionale dai singoli Paesi membri e successivamente dovrà essere approvato dal Parlamento Europeo, ma intanto i massimi rappresentanti dei 27 Paesi dell’Unione hanno trovato un’intesa definitiva sul bilancio comunitario 2021-2027, di valore pari a 1.074 miliardi di euro, leggermente inferiore alle proposte precedenti.

A questo bilancio pluriennale è associato il tanto atteso pacchetto di aiuti Next Generation EU, che raccoglierà sui mercati finanziari 750 miliardi di euro, come da proposta iniziale della Commissione Europea, emettendo obbligazioni con scadenze fino al 2058. Rispetto alla precedente versione, però, cambia la composizione di queste risorse: le sovvenzioni, ossia le risorse a fondo perduto che non graveranno sui debiti sovrani, scendono da 500 a 390 miliardi di euro, mentre i prestiti aumentano specularmente da 250 a 360 miliardi. Questa riduzione finale dei sussidi in favore dei prestiti è dovuta alle pressioni di Olanda, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia, i paese cosiddetti “frugali” che hanno tenuto testa fino al compromesso finale al fronte unito dei due pesi massimi europei, Germania e Francia, che appoggiavano le richieste italiane e degli altri Paesi del sud.

Ad ogni modo, l’accordo segna un punto di svolta: per la prima volta la Commissione Europea potrà emettere debito e raccogliere somme cospicue a nome dei Paesi membri. Sui social si parla già di un piccolo passo alla Alexander Hamilton, ministro del tesoro che nel 1790 convinse gli Stati americani a mutualizzare i debiti di guerra trasferendoli al Governo federale. In realtà la sensazione è che a seguito dei tira e molla si sia persa, sia pure in parte, la possibilità di costruire qualcosa di davvero ambizioso. Tuttavia, tenendo presente la distanza di posizioni alla vigilia, il risultato è decisamente positivo.

Analizziamo nel dettaglio la composizione del Next Generation EU. Questo pacchetto è composto innanzitutto dal Recovery and Resilience Facility, il pezzo forte del programma, un fondo a cui sono destinati 360 miliardi di euro in prestiti (la totalità dei prestiti dell’intero pacchetto Next Generation EU) e ben 312,5 miliardi in sovvenzioni, per un totale di 672,5 miliardi di euro sui 750 totali. La restante quota di risorse a fondo perduto è poi ripartita in altri programmi, che a differenza del Recovery fund non sono destinati ai singoli Stati, bensì al rafforzamento dell’intera area europea. Si tratta di fondi per la ricerca scientifica, gli investimenti strategici, l’assistenza sanitaria e la transizione ecologica.

Come detto in precedenza, confrontando le cifre della proposta iniziale della Commissione Europea con quelle dell’accordo finale, si nota un aumento dei prestiti compensato da una diminuzione delle risorse a fondo perduto. Da notare, però, che questa riduzione delle sovvenzioni non intacca la quota del Recovery fund, ma grava totalmente sugli altri fondi. Infatti, i prestiti del fondo per la ripresa aumentano da 250 a 360 miliardi, le sovvenzioni aumentano anch’esse da 310 a 312,5 miliardi (stiamo finora parlando delle risorse del solo Recovery fund, non dell’intero pacchetto), mentre il totale delle sovvenzioni destinate agli altri fondi crolla da 190 a 77,5 miliardi di euro, comportando anche la completa cancellazione di ben tre di questi programmi. Per questo motivo si parla di progetto meno ambizioso del previsto, poiché le risorse che potrebbero favorire il rafforzamento dell’Unione intera ne escono sensibilmente ridimensionate.

Per quanto riguarda le risorse destinate all’Italia, grazie ad una modifica della ripartizione dei sussidi potremo disporre di circa 82 miliardi di risorse a fondo perduto, in linea con la proposta iniziale della Commissione Europea nonostante la riduzione dei sussidi totali. I prestiti invece ammonteranno a 127 miliardi di euro, superiori ai 92 miliardi precedentemente ipotizzati di circa 35 miliardi, più o meno l’importo disponibile accedendo al MES.

Le risorse a fondo perduto andrebbero considerate al netto dei contributi al bilancio europeo. Come già spiegato in un altro nostro articolo, l’Italia finora è stata un contribuente netto al bilancio. Ma con queste nuove misure si stima che nei prossimi anni dovremo versare circa 50 miliardi di euro, a fronte però dei suddetti 80 miliardi di sussidi. Diventeremo quindi beneficiari netti, unico Paese a godere di un cambiamento in questa direzione grazie al nuovo accordo. A questo proposito, i cinque Paesi del nord menzionati precedentemente hanno ottenuto durante il negoziato dei considerevoli sconti sui propri contributi al bilancio, trionfo che probabilmente darà vita a nuovi scontri quando bisognerà accordarsi sul bilancio europeo successivo al 2027.

Le risorse del Recovery fund verranno erogate tra il 2021 e il 2023, e il rimborso dei prestiti decorrerà dalla fine del 2027. Sarà quindi necessario accantonare risorse per rimborsare il debito comune emesso sul mercato. Le modalità rimangono ancora un punto di domanda, in quanto non è stato chiarito in che modo raccogliere nuove risorse proprie. Per ora è stata definita solo una plastic tax in vigore dal 2021; l’anno prossimo la Commissione Europea proporrà una digital tax e una carbon tax alla frontiera, ma bisognerà valutare come reagiranno Cina e Stati Uniti. La gestione del potere fiscale è sempre un nervo sensibile durante le trattative, ma l’alternativa è aumentare i contributi nazionali al bilancio europeo.

Alberto Dal Molin
Alberto Dal Molin
Nato nel Bassanese il 4 luglio 1997 ha conseguito nel 2019 la laurea triennale in Economia e Commercio presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ora frequenta il corso di laurea magistrale in Amministrazione, Finanza e Controllo

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