Giudici specializzati per i reati finanziari e i reati di diffamazione a mezzo stampa? La disamina dell’avv. prof. Rodolfo Bettiol dei due problemi “diversi”

Reati finanziari è, per vero, espressione generica che può estendersi ad ogni fattispecie in qualche modo lesiva del patrimonio altrui. Volendo dare un significato più restrittivo per reati finanziari vanno intesi quelli di cui al T.U.F. dlgs 24 febbraio 1998 n. 58 e quelli ad essi collegati.

Particolare rilievo assumono le ipotesi di manipolazione di mercato di cui all’art. 185 del T.U.F. e 2637 del Codice Civile. Si tratta di fattispecie complesse costituite da artifici o false comunicazioni idonee ad influire sul prezzo degli strumenti finanziari. È evidente la problematicità di ravvisare la falsità o l’artificio. Ancor più complesso è l’accertamento del pericolo della variazione del prezzo dello strumento finanziario.

Da tale complessità nasce l’esigenza di magistrati inquirenti e giudicanti che sappiano individuare gli elementi costitutivi del reato. Una esigenza di specializzazione appare evidente. Non essendo possibile la istituzione di giudici speciali, tale specializzazione è ottenibile tramite la ripartizione del lavoro all’interno delle procure e delle sezioni dei Tribunali.

Tanto è però possibile nei tribunali di grandi dimensioni e non nelle sedi più piccole. Un possibile rimedio potrebbe essere per le sedi minori l’estensione della normativa di cui all’art. 51 3 bis del C.P.P., che prevede l’istituzione delle c.d. procure distrettuali per una serie di gravi reati in particolare di criminalità organizzata. Sembra però difficile che le predette procure possano sostenere un ulteriore carico di lavoro.

Una riflessione complessa è quella relativa ai reati di diffamazione ed in particolare a quelli di diffamazione a messo stampa. Sgomberiamo subito il campo da un equivoco. Nella suindicata materia gli aspetti ideologici prevalgono su quelli meramente tecnici.

L’art. 21 della Costituzione, considerando la libertà di manifestazione del pensiero, ha ampliato gli stretti limiti che il Codice Rocco poneva alla non punibilità delle offese alla dignità delle persone. Ora tutta la problematica si risolve nel bilanciamento dei due interessi in conflitto e cioè il diritto di manifestazione del pensiero e la dignità della persona. Il giudice in realtà è chiamato a dir quale diritto sia nel caso concreto prevalente. È evidente che le linee guida di tale giudizio sono necessariamente ispirate dagli orientamenti culturali del giudicante. È, invero, vano richiedere stretti legami tecnico giuridici, essendo la fattispecie costruita in termini normativi e non naturalistici.

Un primo aspetto che va valutato è innanzitutto quello della sussistenza del fatto aggressivo della dignità della persona. Tale è invero il bene tutelato. La dignità delle persone non va confusa con la loro suscettibilità.

Il rinfaccio di un errore ad esempio può disturbare la suscettibilità di una persona ma non costituisce diffamazione.

Superato il vaglio delle offese alla dignità vanno esaminate quelle che sono le condizioni che escludano la diffamazione a mezzo stampa con riferimento al diritto di cronaca ed a quello di critica.

La giurisprudenza le riconosce nella verità della notizia, nella continenza e nell’interesse pubblico alla sua conoscenza.

Per la giurisprudenza la verità della notizia non può essere putativa, salvo che il giornalista dimostri di aver accuratamente scelto e valutato le fonti. Si tratta all’evidenza di una deroga a quanto previsto dall’art. 59 del codice penale, che trasforma in illecito colposo un delitto punibile esclusivamente a titolo di dolo. Orientamento questo criticabile da un punto di vista tecnico – giuridico. In caso di errori sulla verità della notizia, il risarcimento del danno in sede civile dovrebbe essere considerata misura adeguata, come adeguato il dovere di rettifica.

Altro requisito richiesto è quello della continenza in sostanza la correttezza del linguaggio che non deve essere denigratorio della persona.

Anche se questo punto va rilevato come gli aspetti ideologico culturali siano prevalenti su quelli tecnico giuridici. Il significato semantico delle parole varia con il variare del tempo e dei contesti. La giurisprudenza riconosce la liceità della asprezza del linguaggio in contesti di polemiche politiche o di rapporti di lavoro. L’orientamento va valutato positivamente, ma resta il fatto che la c.d. continenza è proprio legata a valutazioni soggettive dei giudicanti.

Problematico è poi l’altro elemento quello dell’interesse pubblico alle notizie. Come va accertato? In realtà tutto è lasciato ad una discrezionale decisione del giudicante.

Accanto al diritto di cronaca la giurisprudenza riconosce come scriminante il diritto di critica, purché la critica si fondi su fatti e non sia mera denigrazione della persona. La critica, peraltro, può essere benevola o malevola. Torna qui ad affacciarsi il problema della continenza. È’ sempre possibile una critica contenuta pensando ai terrapiattisti, ai no vax, ai no-covid?

Un alto ed educato dissenso ha qualche utilità o non sono necessarie parole forti per dare al lettore il giusto peso alla contestazione delle idee stravaganti, che nel caso dei no-vax e dei no – covid sono altresì pericolose per la salute pubblica?

Non va dimenticato che qualunque idiozia, grazie alle ripetizioni, può diventare un’autorevole opinione.

Basta una elegante e dotta critica per combattere idee folli? Non sembra che sia così. La contestazione ad hominem può considerarsi utile. La continenza espressiva va valutata dal giudicante che necessariamente giudicherà secondo i suoi parametri ideologici e culturali.

In conclusione la diffamazione in particolare a mezzo stampa si presta ad una valutazione ampiamente discrezionale del giudicante. Colui che da maggior peso alla libertà di manifestazione del pensiero sarà portato ad assolvere, il garante della difesa della dignità della persona, della reputazione anche di chi non se la merita a condannare.

In carenza della possibilità di arrivare a precisi parametri tecnico – giuridici e fattuali, meglio è mantenere una giurisdizione diffusa contando che venga a prevalere l’idea di libertà di manifestare il pensiero.

Avv. prof. Rodolfo Bettiol
Avv. prof. Rodolfo Bettiolhttp://www.studiolegalepadova.it/avv-prof-rodolfo-bettiol/
Nato a Gradisca d'Isonzo l'11 febbraio 1945, risiede ed esercita a Padova. Già professore associato di Procedura Penale all’Università di Padova, la sua attività prevalente è la difesa nell’ambito della responsabilità penale dell’impresa in particolare per quanto riguarda gli infortuni e le malattie professionali, i reati societari ed i reati fallimentari. La sua L’attività professionale si è sviluppata nell’ambito della giustizia penale assumendo difese in casi di omicidio volontario, delitti contro la pubblica amministrazione, reati commessi nell’esercizio dell’attività medico-chirurgica, reati commessi nell’ambito famigliare e reati di diffamazione a mezzo stampa. E' tra gli ideatori del meccanismo del Fir (Fondo Indennizzo Risparmiatori) ed è legale di parte civile nel processo BPVi.

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